Proposta per un manifesto antispecista

Teoria e pratica antispecista, società ed antispecismo, filosofia e politica antispecista

Moderatore: Adriano

Proposta per un manifesto antispecista - venerdì 5 febbraio 2010, 23:51 da Adriano
Dal sito: http://antispecismo.wordpress.com/

Propongo questo testo per l'avvio di un confronto sull'argomento.
Ritengo importante chiarire il più possibile alcune questioni di principio legate all'antispecismo e forse questo forum potrebbe essere il luogo adatto.

Adriano

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Di seguito una proposta di volantino informativo nato dall’esigenza di spiegare ad un vasto pubblico le istanze antispeciste. Il testo potrebbe divenire un canovaccio su cui lavorare per la stesura di un manifesto antispecista.
Tutte e tutti sono invitati a partecipare.


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Un esempio di introduzione all’antispecismo da considerarsi come stimolo per successive revisioni. Quanto proposto di seguito non deve essere considerato un testo definitivo.
Si attendono commenti, modifiche, critiche e proposte.

Revisione 6
28 gennaio 2010

L’antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che lotta contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla moderna società umana. L’antispecismo respinge la discriminazione basata sulla specie (specismo) e sostiene che la sola appartenenza biologica ad una specie diversa da quella umana non giustifichi moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente.
Gli antispecisti lottano affinché gli interessi primari degli animali non umani vengano considerati fondamentali tanto quanto quelli degli umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri ecocentrici che non causino sofferenze inutili, e di per sé quindi evitabili, alle specie viventi e al pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità):
- che le capacità di sentire (di provare sensazioni come piacere e dolore), di interagire con l’esterno, di manifestare una volontà, di intrattenere rapporti sociali, non siano prerogative esclusive della specie umana;
- che l’esistenza di tali capacità nei non umani comporti un cambiamento essenziale del loro status etico, facendoli divenire “persone non umane”, o conferendo loro uno status equivalente;
- che da ciò debba conseguire una trasformazione profonda dei rapporti tra persone umane e persone non umane, che prefiguri un radicale ripensamento e conseguente cambiamento della società umana.

Questa breve definizione indica alcuni punti chiave da tenere in considerazione:

Considerazioni:
1) L’antispecismo è un movimento filosofico, politico e culturale, pertanto chi abbraccia la visione antispecista si adopera per la sua diffusione nella società. L’antispecismo si propone di assumere atteggiamenti e comportamenti tali da poter influenzare la società umana (visione politica dell’antispecismo), e si propone di attivarsi tramite iniziative culturali, sociali e personali per il raggiungimento di uno scopo ultimo: la creazione di una nuova società umana più giusta, solidale, libera e compassionevole che potremmo definire a-specista (senza distinzioni e discriminazioni di specie) ma meglio ancora società umana libera. L’attivista antispecista non può quindi considerarsi a-politico, in quanto l’azione politica è uno degli esercizi fondamentali dell’antispecismo atti al cambiamento della società umana.

2) L’antispecismo si oppone allo specismo inteso come pensiero unico dominante nell’attuale società umana concepita come verticistica, basata sulla legge del diritto del più forte e sulla repressione del più debole, orientata alla difesa dell’interesse personale e del patrimonio, a discapito dei diritti, dell’uguaglianza e della solidarietà nei confronti dei più deboli tra gli animali umani e non umani. L’antispecismo, pertanto, non è un movimento che intende riformare la società umana moderna, ma cambiarla radicalmente eliminandone le spinte discriminatorie, liberticide, violente nei confronti dei più deboli, antidemocratiche, autoritarie ed antropocentriche. In una sola parola rivoluzionandola abbattendo l’ideologia del dominio che la contraddistingue.

3) Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla diversità razziale umana, l’antispecismo respinge quella basata sulla specie. Le radici culturali, morali, filosofiche e politiche dell’antispecismo sono una naturale evoluzione delle lotte sociali per l’affrancamento dei più deboli tra gli umani, ed il riconoscimento dei loro diritti fondamentali (pur presentando peculiarità molto importanti che lo distinguono da qualsiasi altra lotta sociale, politica e culturale). L’antispecista, pertanto, non solo si batte per l’eliminazione delle discriminazioni dovute alle fittizie e strumentali barriere di specie innalzate dall’uomo per sottrarsi ai suoi doveri nei confronti della natura e delle altre specie; ma assume come elementi base il riconoscimento dei pieni diritti dell’umano a prescindere da sesso, religione, orientamento sessuale, condizioni fisiche e mentali, ceto, etnia, nazionalità etc… L’antispecismo deve essere considerato una naturale evoluzione (e non derivazione) del pensiero antirazzista, antisessista, antimilitarista e pertanto anche in assoluta antitesi con xenofobia, discriminazioni sessuali, sociali, etniche, culturali, religiose, ed in generale con il fascismo ed i totalitarismi di qualunque orientamento politico o natura, in quanto fautori dell’ideologia del dominio dell’oppressione e della repressione.

L’ottica antispecista pur quindi essendo mutuata da quella della lotta per i diritti civili umani, ha peculiarità e caratteristiche diverse e sostanziali: essa non dovrebbe prevedere concessioni ad altri (allargamento della sfera dei diritti, o allargamento della sfera morale, o allargamento della polis), ma piuttosto il controllo delle proprie attività e delle attività della propria specie in relazione a principi di equità, giustizia e solidarietà nei riguardi delle altre specie (ripensamento delle attività della specie umana in base ai doveri nei confronti delle altre specie viventi non più considerate inferiori, ma semplicemente diverse: persone non umane, e pertanto popolazioni di persone non umane).
L’azione antispecista mira dunque nell’immediato alla tutela degli interessi degli animali non umani (in quanto privi di diritti elementari e naturali e di status privilegiati), e nel contempo con il pieno riconoscimento dei diritti dei più deboli tra gli umani. L’attivista antispecista è moralmente tenuto ad impegnarsi nel quotidiano contro ogni tipo di ingiustizia e di prevaricazione nei confronti dei più deboli o svantaggiati, siano essi umani o non. Le attenzioni verso gli umani e verso l’ambiente e la Terra sono da considerarsi parte integrante della lotta per la liberazione degli animali non umani, e viceversa.

L’attivista antispecista pone molta importanza alla pratica personale ed alla coerenza, conseguenza diretta di ciò è l’applicazione dei principi antispecisti alla propria vita quotidiana attraverso ad esempio la pratica del veganismo etico, del consumo critico (inteso come metodo utile all’allontanamento definitivo dal consumismo), del boicottaggio, riciclo, riuso e riutilizzo di merci beni e servizi, e di tutte le altre pratiche utili al raggiungimento del minor impatto possibile sulle altre specie animali, sulla propria e sull’ambiente.

La pratica vegana:
La pratica vegana non è da considerarsi come obiettivo, ma meramente come mezzo per il raggiungimento del fine ultimo dell’antispecismo: una nuova società umana liberata ed a-specista capace di rispettare e di vivere in armonia con le altre specie viventi. Tale fine è possibile attraverso la lotta per la liberazione animale (umana e non umana).
Ogni visione riformista, conservatrice, reazionaria o repressiva ed in generale tesa alla tutela della conservazione dello stato di fatto della società umana basata sui privilegi dell’antropocentrismo, è aliena ed antitetica alla visione antispecista. Ogni dottrina, filosofia, politica, religione basata sullo specismo e l’antropocentrismo (l’assunto che l’essere umano per i più svariati motivi ha un valore intrinseco maggiore rispetto alle altre specie) è combattuta dalla nuova visione antispecista anche mediante la pratica vegana.

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Approfondimenti:
Si suggerisce di visionare “La cassetta degli attrezzi“: http://antispecismo.wordpress.com/cassetta-degli-attrezzi/
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Alcune altre definizioni utili:

Antropocentrismo
L’antropocentrismo (dal greco άνθρωπος, anthropos, “uomo, essere umano”, κέντρον, kentron, “centro”) è la tendenza – che può essere derivazione di una teoria, di una religione o di una semplice opinione – a considerare l’uomo, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo. Una centralità che può essere intesa secondo diversi accenti e sfumature: semplice superiorità rispetto al resto del mondo animale o preminenza ontologica su tutta la realtà, in quanto si intende l’uomo come espressione immanente dello spirito che è alla base dell’Universo.

Specismo
Lo specismo è una filosofia antropocentrica nella concezione dei diritti degli animali non-umani. Il termine fu coniato da Richard Ryder per riferirsi alla convinzione antropocentrica che gli esseri umani godano di uno status morale superiore (e quindi di maggiori diritti) rispetto agli altri animali. L’intento di Ryder era quello di porre in evidenza le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le motivazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono analoghe. Il termine specismo viene usato comunemente nel contesto della letteratura sui diritti animali (per esempio nelle opere di Peter Singer e Tom Regan).

Fra le variabili giustificazioni dello specismo alcune possono essere:

- la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie
- la negazione dei meccanismi naturali di selezione e competizione all’interno della specie
- la concezione di diritto attribuibile soltanto ad un essere umano raziocinante
- la non consapevolezza della propria esistenza di tutti gli animali non umani.

Tale protezione viene estesa anche gli umani che rientrerebbero in alcune delle categorie sopra citate, ma comunque appartenenti alla specie umana (neonati, handicappati mentali, malati in coma).
Gli antispecisti ritengono che la morale e l’etica comune, come anche lo Stato Italiano e le altre istituzioni nazionali ed internazionali, siano ad oggi contraddistinti da una filosofia specista.

AGGIORNAMENTO

In seguito alla 4 giorni svoltasi in aprile 2008 a Milano, si pubblica un documento sull’allargamento della definizione di SPECISMO:

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Sulla definizione dello SPECISMO
Introduzione
È un’idea profondamente radicata che l’uomo possa disporre a proprio piacimento di ogni altro essere vivente. Da tempo è però in atto una lotta affinché gli interessi degli umani e degli altri animali vengano posti sullo stesso piano in nome di un ideale di uguaglianza (nota: 1) tra le specie. Coloro che si oppongono alle teorie e alle pratiche che riconoscono esclusivamente gli interessi dell’animale umano definiscono specismo l’atteggiamento di pregiudiziale negazione o disattenzione degli interessi degli altri animali. (nota: 2)
Le donne e gli uomini che combattono questa lotta per l’abbattimento del pregiudizio antropocentrico e per un mondo in cui i rapporti tra le specie possano essere liberi ed ispirati a principi di uguaglianza e solidarietà si definisco perciò antispecisti.

A. Storia dell’antispecismo
Il concetto di “specismo” viene elaborato esplicitamente verso la fine degli anni ‘60 nell’ambito della filosofia morale anglosassone. Esso è però il risultato di una lunga storia: ha alle spalle generazioni di “animalisti” che hanno cercato, a partire da tradizioni e impostazioni diverse, di denunciare la violenza della specie umana verso gli altri animali. Schematizzando al massimo, possiamo dire che nella storia (occidentale) (nota: 3) si sono succedute le seguenti modalità di “difesa” dell’animale non umano:
1) un sentimento di amore e rispetto di singoli individui (ad es. Porfirio, Leonardo, Schweitzer) per gli animali non umani.
2) un movimento zoofilo/protezionista che a partire dall’800 ha coltivato la simpatia morale nei confronti degli animali non umani come “estensione” dei diritti umani (ad es. la Society for the Prevention of Cruelty to Animals, Henry Sault).
3) un movimento liberazionista che a partire dagli anni ‘70 ha teorizzato (Richard Ryder, Peter Singer, Tom Regan) e messo in pratica (ALF) una visione di radicale liberazione dell’animale dal dominio umano che va ben al di là della zoofilia e del protezionismo vecchio stampo.

B. Elementi dello specismo
Una lotta antispecista che non condanni l’uomo come essere intrisecamente e del tutto “malvagio” ed “innaturale”* (cioè erroneo, da cancellare etc.), muove da due presupposti: che la società umana non sia (1) per natura e (2) necessariamente una società gerarchica e oppressiva del vivente. Il presupposto (1) ci spinge quindi a comprendere quando e come la società umana diventa specista e ciò può essere fatto tramite un’analisi storica dei rapporti tra società umana e natura. Il presupposto (2) ci permette di sostenere la possibilità di un cambiamento futuro della società umana ed elaborare una prassi in grado di porre in essere tale cambiamento.

(1) Storia dei rapporti tra le società umane, il vivente non umano e l’ambiente
Lo specismo non va inteso riduttivamente come visione discriminatoria, poiché esso è anche e soprattutto una prassi di dominio.
In tal senso è importante definire il concetto di dominio per comprendere quando la società umana diventa, di fatto, specista. Definiamo sfruttamento il controllo (totale o parziale) del ciclo biologico di un altro essere vivente tale che questi perda la propria autonomia e venga così ridotto a risorsa.
Laddove lo sfruttamento si esercita su un altro essere senziente come negazione di ogni possibilità di rapporto e riduzione (o cancellazione) dell’identità dell’altro, parliamo di dominio.

Da questo punto di vista, vanno considerate “materialmente” speciste, le società umane che praticano l’addomesticamento della vita non umana in ogni sua forma e, pertanto, tutta la storia della civiltà, fondata sull’allevamento e l’agricoltura.

Ma anche lo specismo come visione discriminatoria – o ideologia – sorge con la civiltà, con la costruzione di religioni antropocentriche e spiritualiste (nota: 4), in cui l’essere umano è posto come signore della natura in una posizione di privilegio ontologico e assiologico.
La storia della civiltà ci mostra come lo specismo non sia solo una forma di discriminazione “analoga” al sessismo e al razzismo. Come prassi di dominio è anzi molto di più: è addirittura il presupposto storico dei rapporti di dominio infraspecifici. Benché esso non sia stata l’unica causa di tali sviluppi sociali, è certo però che senza lo sfruttamento materiale della natura non sarebbe stato possibile creare il differenziale di ricchezza sociale ed economica che è alla base delle società classiste, sessiste e belliciste e, dunque, dell’intera civiltà. Così come è certo che senza la riduzione dell’animale non umano a natura “inferiore”, non sarebbe stato possibile realizzare i meccanismi ideologici che riducono la donna e lo straniero ad esseri privi di “spirito”, dunque mera “natura”, quasi “animali”.

(2) L’antispecismo come prassi di trasformazione
Le oppressioni di specie, di genere, di classe e razziali appaiono così strutturalmente connesse: la società umana stessa è tenuta insieme e definita da tali rapporti di esclusione e sfruttamento dell’altro e questo altro è regolarmente l’oggetto di una prassi di sfruttamento di cui solo alcuni beneficiano. Si comprende dunque come la lotta contro lo sfruttamento animale miri ad eliminare il tassello fondamentale su cui è costruita tutta la civiltà del dominio.
Non è un caso, dunque, che il movimento di liberazione animale in tutto il mondo abbia cominciato a maturare una consapevolezza che lo spinge ad allargare il campo riduttivamente etico in cui si inscrive l’originario dibattito sullo specismo (benché esso abbia trovato qui le armi logiche per diffondere le proprie idee e difendersi dalle obiezioni più comuni).
La cultura anarchica si è appropriata per prima del concetto di specismo, intendendolo non come un termine tecnico da impiegarsi in schermaglie filosofiche bensì come concetto critico che mira ad un cambiamento radicale delle società umane nella loro interezza. Oggi, tale consapevolezza non è più patrimonio esclusivo di alcune frange del movimento anarchico e l’antispecismo ha la possibilità di porsi come ideale politico capace di ispirare una prassi di trasformazione radicale dell’esistente: un movimento che nel momento in cui rivoluziona i rapporti interspecifici non può non trasformare anche i rapporti infraspecifici.

note:

1) Il concetto di uguaglianza è qui lasciato volutamente in senso generico, essendo profondamente diverso il significato e la giustificazione che i protagonisti di questa lotta danno a tale concetto (uguaglianza “di interessi”, uguaglianza “giuridica”, uguaglianza “politica” etc.).
2) Essi denunciano altresì uno specismo di secondo livello che consiste nel concedere ad alcuni non umani il privilegio di entrare in parte o in toto nell’ambito della considerazione morale umana. È il caso, ad es., degli animali da compagnia, il cui benessere è salvaguardato indirettamente perché e fintantoché è considerato moralmente rilevante dai loro affidatari umani e delle scimmie antropomorfe, che si vedono talvolta riconosciuto uno status morale in grazia della somiglianza psichica con la specie umana.
3) Il pensiero orientale ha conosciuto filosofie e religioni (Jainismo soprattutto) che non ammettevano né predicavano una differenza assiologica radicale tra l’animale umano e quello non umano, muovendosi anzi in un orizzonte di compassione verso quest’ultimo. Per tale motivo, tali tradizioni vengono oggi riprese da alcuni antispecisti occidentali come possibili orizzonti di pensiero aspecista.
4) Per quanto indubbiamente caratterizzate anch’esse spesso da crudeltà sia in senso intra che infraspecifico, non è possibile caratterizzare come società chiaramente speciste né in senso materiale né ideologico le società di raccolta e caccia con la loro visione animistica del vivente.
5) Il fine dell’azione antispecista non può essere l’isolazionismo o l’estinzionismo umani, ma il ripristino e lo sviluppo di rapporti tra le specie fondati sulla reciproca autonomia e libertà.
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Re: Proposta per un manifesto antispecista - mercoledì 17 febbraio 2010, 15:41 da virgola
così di primo acchito, mi pare che la maggiore pecca di questo testo (ma forse è solo una svista) è che si parla sempre di "società UMANA". Si dovrebbe parlare di società ANIMALE, quanto meno quando si parla del "progetto" di società.
Marco

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Re: Proposta per un manifesto antispecista - mercoledì 17 febbraio 2010, 18:10 da Adriano
Ciao Marco,

Il riferimento alla sociatà umana è voluto nel senso che siamo noi umani ad aver creato questa situazione e siamo pertanto noi a dover ripensare la nostra società. Spero vivamente che in un futuro aspecista la società umana non sia permeata da altre specie (come accade ora visto che usiamo le altre specie per i nostri comodi). Infatti ritengo che la questione principale sia proprio il grande lavoro da farsi nella nostra società, perché le altre specie animali hanno già loro società ben caratterizzate e non credo proprio che ci tengano particolarmente ad entrare bnella nostra. Quindi parlare di società animale sarebbe un errore, proprio in virtù del fatto che dovremmo interferire nel minor modo possibile. E' ovvio che ci saranno contatti e scambi continui con altri Animali, ma si tratterà di rapporti personali e spontanei, voluti da ambo i lati, e non quindi unidirezionali.
In definitiva ritengo che per creare davvero un nuovo approccio con gli esseri viventi e la terra, bisognerà lavorare profondamente solo su noi stessi.

adriano
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Adriano
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Re: Proposta per un manifesto antispecista - venerdì 19 febbraio 2010, 15:40 da virgola
adriano, credo che sia proprio questo uno dei punti su cui possono esserci divergenze.
In questo modo, per essere chiari, questo manifesto antispecista si propone come manifesto antispecista "separatista", direi, nonchè "interclassista".
Riguardo al primo punto, il discorso che apro è molto complesso. Prima, però, una precisazione. Io ho rilevato che mi lascia perplesso l'espressione "società UMANA". Tu hai ribattuto, e sono d'accordo con quanto ribatti, ma limitatamente ad alcuni punti in cui occorre l'espressione società umana, non per altri punti del testo.
Precisamente, nella prima fase ha indubbiamente senso parlare di "società umana" per intendere una società animale comandata da (alcuni) umani, perchè parli di antropocentrisismo e altre brutture veicolate da tale società. Ma quando si parla di progetto di società, beh, non capisco perchè si debba parlare di società UMANA, se non per una precisa presa di posizione separatista, che a mio avviso è molto superficiale.
Infatti, dici che speri che in futuro la società umana non sia permeata da altre specie, che è diverso da dire che non vuoi che gli umani sfruttino o addomestichino altri animali. Io desidero invece dei contatti con altre specie, non con tutte, ma chissà... Non voglio che queste relazioni siano imposte nè che siano relazioni di dominio, e so bene che nel momento in cui non fossero imposte le relazioni fra umani ed altri animali sarebbero meno frequenti di adesso; presumo che alcune specie non ne vorrebbero sapere di contatti con gli umani, ma credo che altre vorrebbero, anche se scomparissero le specie "non naturali" (espressione che ha poi poco senso).
Lo stesso, se ci pensi, vale per le relazioni fra etnie e fra generi, per es.. Pensa se tu dicessi che siccome le colpe sono dell'uomo bianco, allora vogliamo una migliore "società umana bianca". E se qualche nero vuole mischiarsi ai bianchi?
Insomma, io credo che il fatto che la società sia "animale" è un dato di fatto oggi non solo perchè ci sono relazioni di dominio e sfruttamento ad opera degli umani, ma in generale perchè ci sono delle relazioni. Ma sarà sempre, in parte, un dato di fatto: per questo è importante che tutti i membri di questa società siano considerati tali. E' proprio perchè non ne fanno parte a pieno titolo che gli animali possono essere sfruttati impunemente.
Cambiare prospettiva su questo punto, oltre che genuinamente antispecista (a mio parere), cambia la prospettiva su molte cose. Pensa all'abolizione della carne, che nel contesto democratico viene vissuta da molti (anche veg) coem la possibile imposizione di una minoranza. Siamo sicuri che sia una minoranza a volerla? Direi che invece è la stragrande maggioranza di esseri senzienti che fa parte della società a volerla.... Diventa una minoranza solo se pensiamo che siano solo i membri umani della società ad avere voce in capitolo.
Quanto all'interclassismo, trovo che non se ne parli mai abbastanza. Tu per es. dici "siamo noi umani ad aver creato questa situazione". Capisco il senso di quello che dici, ma siamo sicuri sia corretto? I milioni persone sfruttate nella storia umana, i bambini africani oggi, e tante altre categorie che lo sviluppo e la produzione (e lo specismo) lo subiscono non mi pare abbiano creato nulla. Io stesso non gradisco molto essere associato a Bush, a Berlusconi, ai magnati del petrolio, ecc. in questa affermazione. A ben vedere si dovrebbe dire che "una minoranza di umani ha creato questa situazione".
Marco

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Re: Proposta per un manifesto antispecista - domenica 28 febbraio 2010, 19:08 da Adriano
Ciao Marco,

Prima di tutto scusami se ci ho messo così tanto tempo a risponderti.
Nel testo si parla di società umana perché è questo il problema principale: l’Umano attraverso la sua società sfrutta l’Animale ed i membri stessi della sua società.
L’antispecismo ha come obiettivo il cambiamento della società umana e non certo quelle delle altre società animali (altrimenti si ricadrebbe di nuovo nella spirale antropocentrica da cui vogliamo liberarci).
Sulla questione del permeare, evidentemente mi sono spiegato male io. Ciò che si intende è che il contatto tra società animali dovrebbe avvenire a livello paritario: non come quello tra conquistatore e conquistato, tra forte e debole, tra potente ed impotente. Quindi benvengano in una società liberata tutti i cntatti con gli Animali ma a patto che siano voluti da entrambe le parti. Ti faccio un esempio per meglio spiegare il mio pensiero.
Attualmente la società umana si caratterizza per un forte controllo del territorio, ci sono strade, palazzi, costruzioni di vario genere, dighe, tunnel e molto altro. In una società futura liberata gli Animali dovrebbero essere liberi di circolare e quindi le barriere imposte dall’Umano dovrebbero essere abbattute in modo da non intralciare le altre specie. Questo sarebbe possibile solo con un grande ripensamento dell’intera struttura sociale anche dal punto di vista architettonico ed ingegneristico. Non si può pensare ad una società umana allontanata dal resto della natura, al contrario dovrebbe essere immersa in essa, adottare i suoi ritmi, seguire le stagionalità ed i cicli biologici, non forzarli. Quindi tu cittadino di una società umana libera potresti incontrare molti Animali, ma solo a patto che questo incontro sia un reale approccio paritario, conoscitivo e non come quello che avvien ora mediante imposizione o mediante specie animali modificate per divenire nostri strumenti.
Lo stesso discorso vale chiaramente per le etnie umane.
Il concetto di “Animale” è inteso nella sua accezione più ampia. L’Umano è una specie animale, come il Cane, il Gatto, il Leone, ciascuno con proprie caratteristiche e con proprie società e relazioni sociali. Quando si parla di società umana si intende società animale di specie umana, è questa che deve cambiare, non certo le altre che sono già state stravolte da essa. Se il problema siamo noi, è partendo da noi che si trova la soluzione.
Parlare di società animale futura sarebbe fuorviante, per il semplice motivo che è basilare che l’Umano ripensi alla sua società, ai suoi rapporti interni ed esterni, solo così si potrà costruire una nuova società umana inserita nella natura e capace di rapportarsi con le altre società animali in modo del tutto diverso da ciò che accade ora.
Il discorso della carne che tu fai fila, però io lo vedo come un problema: non è allargando la nostra società (mi pare che tu proponi questo) ed includendo gli altri che si risolve (vi sono indubbi problemi di comunicazione che genererebbero un diverso tipo di controllo umano sugli altri), ma è eliminando il rapporto di forza Umano-Animale che si può trovare la soluzione. Insommaun affrancamento degli Animali dagli Umani, una liberazione che restituisca la dignità agli altri in modo che si possa ripartire a livello paritario. Nella migliore delle ipotesi il rapporto Umano-Animale è simile a quello padre-figlio: essendo noi più forti agiamo di conseguenza (un esempio pratico è il rapporto Umano-Cane), per ovvie ragioni sarà sempre così se non pensiamo di concludere questo tipo di rapporto, restituire dignità e libertà alle altre poplazioni animali e poi ripristinare i contatti con un’ottica diversa. Ecco quindi che si parla di società umana immersa ed in contatto con altre società.
La responsabilità di tutto ciò che oggi viviamo è nostra, la soluzione deve partire da noi, ma per fare questo non possiamo includere chi oggi schiavizziamo, dobbiamo lasciare che chi abbiamo sfruttato torni libero, anche da legami positivi. Ciò significherà la sparizione di molte specie animali create dall’uomo, ma anche il reinserimento in natura di molte altre in grando di vivere da sole senza dipendenze da noi. Se poi un Cane libero in un ipotetico futuro ti verrà incontro perché desidera un contatto con te, sarà libero di farlo e magari di stringere un’amicizia con te, ma è una cosa che deciderà lui e che tu se vuoi accetterai, e viceversa.

Adriano
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virgola ha scritto:così di primo acchito, mi pare che la maggiore pecca di questo testo (ma forse è solo una svista) è che si parla sempre di "società UMANA". Si dovrebbe parlare di società ANIMALE, quanto meno quando si parla del "progetto" di società.


Ditemi se ho interpretato bene le due visioni che di prio acchito mi paiono diverse. Quella di Marco mi sembra una visione che potremmo definire "olista" in cui non e' possibile definire uno "spazio umano" separato dal resto dell'animalita'. L'insistenza sul concetto di "relazione" sembra suggerire che vi sia un tutt'uno in cui le specie interagiscono in una situazione di civilta' trasformata dall'abbandono di millenarie concezioni violente, competitive e dominatrici.

Nell'impostazione di Adriano mi sembra di leggere invece che questa grande trasformazione comporterebbe un ritrarsi dell'umanita' entro un ecumene che non coinciderebbe piu' con tutto lo spazio terrestre, per lasciare spazio a quelle che in "earthlings" vengono chiamate "altre nazioni". Dopodiche' sarebbe naturale per la specie umana incontrare altri animali in spazi di confine non escludendo anche interazioni forti.

Se ho ben compreso, mi sembra di essere un poco piu' vicino all'impostazione di Adriano anche se forse le due visioni potrebbero essere neanche tanto lontane e persino ricomposte dopo puntualizzazioni piu' precise su termini come spazio, relazione, e su ulteriori ragionamenti sulla "specificita' delle specie". E' evidente che se si sposta l'attenzione dalle balene ai piccioni la situazione cambia e di molto.

Per quanto riguarda i testi che hanno dato il via a questo filo, mi riprometto di leggerli con piu' attenzione. Intanto rilevo lo sforzo di puntualizzazione di una materia fortemente infida per il rischio di essere filtrata attraverso occhiali che ancora proiettano sfumature tipiche del nostro tempo e della nostra cultura. Voglio dire che un umano di una societa' liberata potrebbe rilevare in questi testi dei difetti che oggi non sono rilevabili nemmeno con gli studi piu' approfonditi. Pero' il materiale merita la giusta attenzione perche' prima o poi il movimento si dovra' pur dotare di linee guida anche se dovra' evitare di esporsi troppo a fornire "le ricette dell'osteria dell'avvenire".

a.
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Re: Proposta per un manifesto antispecista - lunedì 1 marzo 2010, 11:36 da virgola
esatto Aldo, le due visioni le hai ben descritte e hai ben detto che in realtà potrebbero ricomporsi, almeno in parte. Ci tornerò con calma, spero, ma già l'intervento di Adriano precisa meglio la sua visione, e mi pare meno distante dalla mia. Infatti io non voglio negare la possibilità che ci siano anche altre "nazioni" animali, che della relazione con il mondo umano non vogliono sapere nulla. Peraltro, le precisazioni sullo spazio modellato dall'uomo mi trovano d'accordo.
Marco

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Re: Proposta per un manifesto antispecista - lunedì 1 marzo 2010, 16:20 da Adriano
Aldo dice:

Nell'impostazione di Adriano mi sembra di leggere invece che questa grande trasformazione comporterebbe un ritrarsi dell'umanita' entro un ecumene che non coinciderebbe piu' con tutto lo spazio terrestre, per lasciare spazio a quelle che in "earthlings" vengono chiamate "altre nazioni". Dopodiche' sarebbe naturale per la specie umana incontrare altri animali in spazi di confine non escludendo anche interazioni forti.


E' esattamente ciò che intendevo. Infatti come tu dici le due visioni non sono distanti, credo però che prima di tutto l'Umano debba ridisegnare il proprio ruolo sul pianeta (come ha disegnato quello attuale), e poi possa aprirsi alle altre società o nazioni in modo paritario e consapevole. Tentare subito una società animale sarebbe uno sforzo immane che potrebbe rivelarsi fallimentare. Diciamo che il percorso è lungo e vi dovrebbero essere delle tappe obbligate. La società umana liberata potrebbe essere una diq euste tappe, per il resto ragionerei assolutamente con gli occhi di un ex specista che è nato e vissuto in questa società, e quindi che può porsi degli obiettivi che ora può concepire, per il resto man mano che si avanzerà si potranno compiere tutte le correzioni di rotta necessarie che ad oggi non ci paiono chiare o che semplicemente non immaginiamo.

Adriano
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Re: Proposta per un manifesto antispecista - lunedì 1 marzo 2010, 16:25 da Adriano
virgola ha scritto:esatto Aldo, le due visioni le hai ben descritte e hai ben detto che in realtà potrebbero ricomporsi, almeno in parte. Ci tornerò con calma, spero, ma già l'intervento di Adriano precisa meglio la sua visione, e mi pare meno distante dalla mia. Infatti io non voglio negare la possibilità che ci siano anche altre "nazioni" animali, che della relazione con il mondo umano non vogliono sapere nulla. Peraltro, le precisazioni sullo spazio modellato dall'uomo mi trovano d'accordo.


Il problema dello spazio modellato dall'Umano è fondamentale. Credo infatti che sia impossibile costruire una nuova società senza rimettere pesantemente mano a ciò che è stato fatto perché non ci si è solo limitati all'adattamento al pianeta, ma stiamo tentando di adattare il pianeta a noi. Che è peggio

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Re: Proposta per un manifesto antispecista - martedì 9 marzo 2010, 11:19 da lorynuvola
E' un discorso molto complesso, da leggere e rileggere per coglierne tutte le sfumature.
Una società che vede tutti gli esseri alla pari è un progetto meraviglioso, il solo pensarlo mi fa sorridere.
Poi penso a tutti coloro che invece non condividono questa visione e mi chiedo: sarà mai possibile?
Noi siamo una minoranza, alle volte mi sento davvero impotente contro l'ignoranza e contro le idee degli altri. Chissà.
Amo la coerenza e piano piano sto cercando di mettere in pratica i miei pensieri, i miei principi, le mie idee. Ho sempre detto che voglio cambiare il mio mondo e credo che questo noi lo facciamo.
Ma gli altri?
Ci saranno sempre esseri umani che si opporranno.
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Re: Proposta per un manifesto antispecista - martedì 9 marzo 2010, 14:01 da Adriano
Sicuramente ci sarà sempre chi si oppone, ma è nostro compito avanzare e crescere di numero. Se saremo capaci di far vedere che un altro modo di vivere non solo è giusto ma è possibile, io credo che le persone che lo adotteranno saranno sempre più e da minoranza diventeremo maggioranza. Questo è il mio auspicio. Poi per il resto posso dirti che è vero che il percorso è lungo e difficile, ma ogni cambiamento della società umana è avvenuto grazie a delle avanguardie che hanno dimostrato che di tale cambiamento se ne sentiva il bisogno. Non dobbiamo quindi mai scoraggiarci.

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Re: Proposta per un manifesto antispecista - martedì 9 marzo 2010, 15:24 da lorynuvola
anch'io la penso come te adriano e trovandomi circondata da non veg. è un quotidiano fatto di lotte.
quello che però oggi come oggi mi spaventa è l'atteggiamento della maggiorparte delle persone.
vedo il mio mondo, 5 anni, ora vegana, forse qualcuno si è sensibilizzato un pochino ma non è cambiato granchè. io sicuro continuo per la mia strada e come me tanti altri..
il mondo è anche mio, tuo, ed è giusto combattere per quello in cui crediamo.
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Re: Proposta per un manifesto antispecista - martedì 9 marzo 2010, 15:45 da Adriano
Secondo me le cose sono molto cambiate... Il problema maggiore è che chi ha preso consapevolezza fa poco per comunicarlo agli altri, abbiamo bisogno di una grande spinta culturale e per fare cià serve l'aiuto di tutti. Troppo spesso però chi ha cambiato la propria vita si isola e questo è gravissimo.
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Re: Proposta per un manifesto antispecista - martedì 9 marzo 2010, 18:26 da lorynuvola
secondo te perchè chi sceglie questo percorso tende a isolarsi?
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Re: Proposta per un manifesto antispecista - martedì 9 marzo 2010, 18:44 da Adriano
Ci sono molti motivi.
Alcuni possono essere i seguenti:
Chi diventa antispecista ed abbraccia il veganismo etico ha ovviamente difficoltà a rapportarsi con la realtà che lo circonda. Inutile dire che i rapporti sociali cambiano notevolmente e di solito questo scoraggia il confronto perché si deve sempre e comunque fornire una spiegazione ed affrontare lo scherno se non l'ostilità altrui. Questo è uno degli elementi principali che contribuiscono all'allontanamento dalla vita di attivista di chi è vegano. Vi sono però molti vegano che si allontanano dalla vita sociale perché ne sono nauseati (comprensibile) oppure perché intendono (consciamente o inconsciamente) costruirsi una propria nicchia dove poter vivere la loro nuova esistenza. Questo secondo me è davvero molto grave sia perché queste persone credono spesso di aver raggiunto un risultato eticamente accettabile, sia perché non contribuiscono alla divulgazione del veganismo etico.
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